CATEGORIE
« Indietro - Pagina 1 di 2 - Avanti »
da Rugiada
Noi come cime tempestose
Non era il vento a spaventarmi, ma la sua memoria. Il vento passa, la memoria resta. Si insinua nelle crepe, vibra tra le pareti della casa che ho costruito con mani disciplinate, ordinate, adulte. Una casa solida, rispettabile, con finestre luminose e piante curate sul davanzale. Una casa dove sorrido.
Eppure dentro c’è una stanza che non apro mai.
Ho scelto una vita. L’ho scelta con coscienza, con dignità. Ho scelto il passo regolare dei giorni, la concretezza, il dovere che diventa abitudine e l’abitudine che diventa quiete apparente. Ho scelto di andare avanti perché si può andare avanti. Il corpo lo fa. Le mani lavorano, la voce risponde, gli occhi imparano a guardare altrove.
Ma il cuore non conosce la disciplina del corpo.
Amare qualcuno può essere una vetta battuta dalla tempesta. Resto in piedi, imparo a non cadere. Eppure rimango sospesa tra cielo e precipizio anche quando scendo a valle e fingo di camminare in piano. L’amore che non si compie, che non si consuma, che non si chiude, non muore. Si cristallizza. Diventa geografia interiore. Un punto preciso nella mappa dell’anima segnato con un inchiostro che non sbiadisce.
Non è nostalgia. È una presenza.
C’è stato un momento irripetibile in cui tutto era possibile. Un istante che non chiedeva prove, che non conosceva distanze. Poi è arrivata la scelta. Non soltanto la mia. Una distanza stabilita con fermezza, quasi un confine tracciato con rigore. Un punto di non ritorno. Non uno strappo violento, ma un raffreddarsi progressivo, come se il mare avesse deciso di ritirarsi lasciando il sale sulla pelle.
Quasi un odio. Ma l’odio è solo l’altra faccia di ciò che non ha trovato compimento.
Ho continuato. Ho imparato a sorridere in pubblico. Ho imparato l’arte della compostezza. Ho intrecciato nuove relazioni, nuove promesse, nuove mattine. Ho persino creduto, a volte, di essere guarita. Perché la vita sa essere generosa con me, mi ha offerto altre mani, altre voci, altri rifugi.
Eppure, nelle notti in cui il silenzio è sincero, sento ancora quel punto. Non è una persona non più, è un nome, una presenza che neppure la distanza riesce a cancellare. È un tempo inciso nella carne della memoria. È un frammento sospeso che non accetta di essere archiviato. Non chiede di tornare, sa che non può, ma rifiuta di essere negato.
La ferita non sanguina. È una cicatrice viva.
Ho compreso che si può scegliere una vita e desiderarne un’altra. Che si può essere fedele al presente e nello stesso tempo custodire un passato come una reliquia segreta. Non è tradimento, è complessità. È la stratificazione dell’essere. Io non sono una linea retta, sono curve, ritorni, alture e abissi.
Sono andata avanti. Ma non mi sono mai staccata del tutto.
Non perché mi manchi la forza. Ma perché quell’amore incompiuto, distante, forse trasfigurato, è diventato parte della mia struttura interna, come una trave nascosta che sostiene anche ciò che sembra non riguardarlo.
Io, come una cima tempestosa, resto in piedi sotto il vento. Non mi spezza più. Ma mi ricorda chi sono stata e chi, in fondo, continuo ad essere.
2 marzo 2026
Categoria: Carta Bianca
da Anonimo
Vorrei farti i miei complimenti per la descrizione quasi “Anatomica” dei sentimenti sembra quasi di viverli da spettatori. Saresti una bravissima sceneggiatrice…. Cosa dirti … ? Il Cuore è un muscolo indipendente da noi … infatti batte a modo suo e come si fa’ con i figli anche a malincuore dobbiamo lasciarlo libero di amare libero di correre e di tornare in pace. Si dice che contare i battiti dopo una corsa ti fa’ capire quanto si è allenati… forse è vero …. forse ci è chi si allena tanto per il proprio benessere e nonostante tutto un po’ di “tachicardia” rimane e ci sorprende ancora. Si chiama Vita. L unica consapevolezza che abbiamo è che non sempre cambiamo velocemente come il mondo e le persone intorno a noi ma abbiamo gli strumenti per “capire” e per “scegliere” ed è quello che ci rende ciò che siamo; UNICI. Un saluto ed un Abbraccio a te.
3 marzo 2026
da Anonimo
Bellissima dedica, è come entrare in una stanza dove qualcuno ha appena finito di sussurrare proprio la verità più difficile.
Mi colpisce la tua descrizione dell'amore incompiuto, non una ferita che sanguina, ma una cicatrice viva: non fa male, ma la senti. Non è nostalgia, però è presenza. E hai ragione: certi amori non muoiono mai ma si cristallizzano. Diventano parte di chi siamo, proprio come le venature nel marmo della montagna!
Giustamente, come riconosci, non hai nessun bisogno di chiedere scusa per la tua complessità. Non dici "avrei dovuto guarire completamente" o "avrei dovuto dimenticare": solo "io sono curve, ritorni, alture e abissi". È onesto, è profondamente umano.
La trave nascosta che sostiene tutto, anche quello che sembra non riguardarla, è un'idea poderosa che ben ci ricorda quanto certe persone, e certi momenti, possano rimanere strutturali. Non ingombrano quella casa dove sorridi, la tengono in piedi.
Ora puoi sentirti bene così, sospesa tra la valle e il cielo. Le cime tempestose ormai non sono più fragili: resistono proprio perché quella tua montagna ha imparato silenziosamente a fare surf nel vento dei ricordi, a godersi anche con le creste più frastagliate un bel panorama fatto di cuore, memoria e tempesta!
3 marzo 2026
da Rugiada
Leggere le vostre parole è stato come aprire due finestre diverse sullo stesso orizzonte. A entrambe sento di rispondere con gratitudine sincera.
A te che parli del cuore come di un muscolo indipendente, ribelle e sapiente insieme, dico che hai ragione. Il cuore non lo si addestra del tutto, lo si accompagna. Come una madre accompagna i figli, lo si lascia correre, sbagliare ritmo, accelerare fino alla tachicardia della sorpresa. È vero, ci si allena alla vita, ma resta sempre una soglia di battito che ci coglie impreparate. Ed è proprio lì che siamo vive. La consapevolezza non ci rende più fredde, ci rende più scelte. Non cambiamo alla velocità del mondo, ma abbiamo lo strumento più prezioso: la capacità di comprendere e decidere. È in questo spazio che si custodisce la nostra unicità. Ti abbraccio con la stessa misura con cui hai scritto, forte e rispettosa insieme.
E a te, Anonimo, che hai letto tra le righe come si legge una partitura silenziosa, rispondo che sì, alcune presenze diventano struttura. Non occupano, sostengono. Non feriscono, ma incidono come venature nel marmo, rendendo la materia più vera. Non ho mai pensato che guarire significasse cancellare; guarire è integrare. Sono donna di curve e ritorni, di alture e abissi, e non chiedo perdono per questa geografia. È il mio paesaggio.
Se oggi riesco a stare sospesa tra valle e cielo è perché ho imparato a non temere il vento. Le creste frastagliate non mi spaventano più: sono il segno che la montagna è viva. E vivere, anche quando resta una vibrazione sottile sotto la pelle, è il dono più grande che possiamo concederci.
A entrambi va la mia riconoscenza. Le parole, quando sono autentiche, non sfiorano soltanto: edificano.
3 marzo 2026
da Anonimo
È davvero bello leggere come persone tanto diverse possano parlarsi così bene nella più vera di tutte le lingue: quella del riconoscimento reciproco.
Mi colpisce davvero il modo in cui hai saputo trasformare le nostre risposte, all'apparenza così diverse, in una conversazione unica e armonica. Ti ho parlato di struttura, di venature nel marmo; un'altra risposta ti parla di movimento, battiti, allenamento. Ma tu hai saputo integrare alla perfezione le due visioni, come a sottolineare che il cuore che sa creare le venature nel marmo, e quello ribelle che si ostina a battere secondo i suoi ritmi, coincidono molto di più di quanto potrebbe sembrare. Forse è proprio per questo che guarire è integrare, non cancellare: e se c'è una frase che meriterebbe di essere scolpita sulla parete della montagna, forse è proprio questa!
Perché è vero: nessuno di noi è davvero chiamato a diventare liscio e uniforme, ma anzi ad avere sempre migliore consapevolezza della propria complessità perché questa possa col tempo diventare forza, e non colpa.
E quell'idea che chiude la tua risposta, la vibrazione sottile sotto la pelle, è perfetta. Non è sofferenza ma non è neanche nostalgia, anche se può sembrarlo. È la prova che in quei momenti sei stata viva davvero, intensamente: e proprio questa prova resta, come dovrebbe.
Hai ragione, questo è il tipo di conversazione che edifica e nutre. Se possibile, mi piace immaginarla come una bella danza di nuvole sulle cime in tempesta!
4 marzo 2026
da Rugiada
X anonimo
Forse le conversazioni più vere nascono proprio così: non quando le voci si assomigliano, ma quando imparano a respirare nello stesso spazio. Come correnti d’aria che arrivano da direzioni diverse e, incontrandosi tra le montagne, non si annullano ma generano una forma nuova nel cielo.
Hai ragione: guarire raramente significa levigare tutto fino a renderlo uniforme. Piuttosto è un’arte più antica e più paziente, quella di riconoscere le venature, seguirle con lo sguardo, capire che è proprio lì che la materia ha raccontato la sua storia. Il marmo senza venature sarebbe forse più semplice, ma anche infinitamente più povero di verità.
E lo stesso vale per il cuore. Quel battito un po’ ribelle, che a volte sembra disordinato o ostinato, è spesso la firma più autentica della vita. Non tutto ciò che pulsa deve essere corretto. Alcune pulsazioni esistono per ricordarci che siamo state attraversate da qualcosa di reale.
Per questo mi piace molto l’immagine della frase scolpita nella montagna. Non come un motto severo, ma come una traccia lasciata dal tempo, una scrittura lenta che vento e neve continueranno a leggere negli anni.
E sì, immaginarci come una danza di nuvole sulle cime in tempesta è un’immagine bellissima. Le nuvole non cercano di diventare roccia, né la montagna pretende di diventare cielo. Eppure, nel loro incontro, il paesaggio diventa qualcosa di vivo, mutevole, profondo, irripetibile.
Forse le conversazioni che nutrono davvero sono proprio questo: un luogo dove differenze e risonanze imparano a muoversi insieme, come nuvole che attraversano lo stesso vento.
7 marzo 2026
da Anonimo
Che dono leggere queste parole: sanno inseguirsi giocosamente come echi consapevoli, che si cercano e si trovano sempre nel posto più giusto!
Hai saputo trasformare l'immagine semplice della danza di nuvole in qualcosa di ben più profondo: non solo bellezza estetica, ma una dichiarazione di quella vita vera che accade proprio negli incontri, non nelle certezze. Dove il marmo e il vento possono imparare a parlarsi senza pretendere l'uno di diventare l'altro.
E in effetti, penso che sia proprio così: le conversazioni che nutrono non cercano l'armonia apparente, la più facile, ma l'armonia vera: quella che nasce quando persone diverse riconoscono nella complessità dell'altro non un difetto da correggere, ma una ricchezza da abitare insieme e forse fare anche propria.
Quella tua vibrazione sottile sotto la pelle, quella traccia lasciata dal tempo, è il segno più importante, il segno che sei stata viva per davvero!
Grazie davvero per il tuo saper danzare con noi tra queste nuvole, costruendo un paesaggio che sa resistere e incantare. Le parole ormai si intrecciano proprio come i tanti sentieri sulla montagna, ognuno con la sua pendenza e il suo panorama!
Continua pure a parlare così, se vuoi: non per levigare, ma proprio per continuare a scolpire sempre meglio. E mentre danzi tra le nuvole, non dimenticare mai la saggezza di quelle creste, che siano in tempesta o appena accarezzate dal vento: restare in piedi è già una forma di bellezza coraggiosa!
7 marzo 2026
« Indietro - Pagina 1 di 2 - Avanti »
© 2001-2025 by SCRIVILO - Tutti i diritti riservati
p.iva 01436330938
