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Noi come cime tempestose
Non era il vento a spaventarmi, ma la sua memoria. Il vento passa, la memoria resta. Si insinua nelle crepe, vibra tra le pareti della casa che ho costruito con mani disciplinate, ordinate, adulte. Una casa solida, rispettabile, con finestre luminose e piante curate sul davanzale. Una casa dove sorrido.
Eppure dentro c’è una stanza che non apro mai.
Ho scelto una vita. L’ho scelta con coscienza, con dignità. Ho scelto il passo regolare dei giorni, la concretezza, il dovere che diventa abitudine e l’abitudine che diventa quiete apparente. Ho scelto di andare avanti perché si può andare avanti. Il corpo lo fa. Le mani lavorano, la voce risponde, gli occhi imparano a guardare altrove.
Ma il cuore non conosce la disciplina del corpo.
Amare qualcuno può essere una vetta battuta dalla tempesta. Resto in piedi, imparo a non cadere. Eppure rimango sospesa tra cielo e precipizio anche quando scendo a valle e fingo di camminare in piano. L’amore che non si compie, che non si consuma, che non si chiude, non muore. Si cristallizza. Diventa geografia interiore. Un punto preciso nella mappa dell’anima segnato con un inchiostro che non sbiadisce.
Non è nostalgia. È una presenza.
C’è stato un momento irripetibile in cui tutto era possibile. Un istante che non chiedeva prove, che non conosceva distanze. Poi è arrivata la scelta. Non soltanto la mia. Una distanza stabilita con fermezza, quasi un confine tracciato con rigore. Un punto di non ritorno. Non uno strappo violento, ma un raffreddarsi progressivo, come se il mare avesse deciso di ritirarsi lasciando il sale sulla pelle.
Quasi un odio. Ma l’odio è solo l’altra faccia di ciò che non ha trovato compimento.
Ho continuato. Ho imparato a sorridere in pubblico. Ho imparato l’arte della compostezza. Ho intrecciato nuove relazioni, nuove promesse, nuove mattine. Ho persino creduto, a volte, di essere guarita. Perché la vita sa essere generosa con me, mi ha offerto altre mani, altre voci, altri rifugi.
Eppure, nelle notti in cui il silenzio è sincero, sento ancora quel punto. Non è una persona non più, è un nome, una presenza che neppure la distanza riesce a cancellare. È un tempo inciso nella carne della memoria. È un frammento sospeso che non accetta di essere archiviato. Non chiede di tornare, sa che non può, ma rifiuta di essere negato.
La ferita non sanguina. È una cicatrice viva.
Ho compreso che si può scegliere una vita e desiderarne un’altra. Che si può essere fedele al presente e nello stesso tempo custodire un passato come una reliquia segreta. Non è tradimento, è complessità. È la stratificazione dell’essere. Io non sono una linea retta, sono curve, ritorni, alture e abissi.
Sono andata avanti. Ma non mi sono mai staccata del tutto.
Non perché mi manchi la forza. Ma perché quell’amore incompiuto, distante, forse trasfigurato, è diventato parte della mia struttura interna, come una trave nascosta che sostiene anche ciò che sembra non riguardarlo.
Io, come una cima tempestosa, resto in piedi sotto il vento. Non mi spezza più. Ma mi ricorda chi sono stata e chi, in fondo, continuo ad essere.
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