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Dedica a cui stai rispondendo

Ci sono giorni in cui le cose restano sospese, come se il tempo decidesse di non andare avanti. Oggi è stato così.
Ti parlavo, o forse eri tu a parlare, non lo so più con precisione, e intanto osservavo i dettagli: il modo in cui abbassavi lo sguardo, quella luce fragile nei tuoi occhi. Sembravano sul punto di rompersi, e io ho sentito qualcosa muoversi dentro, lento e inevitabile, come una crepa che si allarga senza fare rumore.
In quel momento ho capito che avrei voluto abbracciarti. Non per cambiare le cose, non per dire qualcosa di importante. Solo per restare lì, fermo, mentre il resto del mondo continuava senza di noi.
Mi succede spesso, con te. Le parole diventano inutili. Restano da qualche parte, come oggetti dimenticati su un tavolo. E io mi ritrovo a pensare che forse basterebbe poco — un gesto, uno scarto minimo — per attraversare quella distanza sottile che ci tiene esattamente dove siamo.

Ma non lo faccio.

Non perché non lo desideri. È che ci sono cose che, una volta dette o fatte, non tornano più indietro. E io ho imparato a temere le crepe più delle attese.
Così resto qui. Ti ascolto. Ti guardo senza farmi vedere davvero. Tengo dentro questa sensazione ostinata, che non ha fretta e non cerca una via d’uscita. Esiste e basta, come certe notti che non chiedono di essere capite.
A volte penso che potrei baciarti. Non come si fa nei sogni, ma in modo reale, imperfetto, inevitabile. E poi subito dopo immagino il silenzio che seguirebbe, e quel silenzio mi basta per fermarmi.
Tu resti lì, con la tua dolcezza che non sa di esserlo, con la tua intelligenza che illumina anche le cose più semplici. Io resto qui, poco distante, a custodire qualcosa che non ha nome preciso.

Forse è meglio così. Alcune cose esistono solo finché non vengono pronunciate.

E io, per ora, preferisco che tu resti.