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Ogni tanto mi domando se mi leggi
non solo in questo spazio ma anche altrove.
Se inciampi nei miei pensieri come io inciampo nei tuoi sguardi in foto intessute in un mondo che non mi appartiene, eppure mi sfiora come una possibilità.
Qui, in questo spazio sospeso tra silenzi e parole, ho riconosciuto attraverso somiglianze forse casuali qualcosa di te. In un nome che non era il tuo ma lo evocava, in un’emozione trattenuta tra due righe, in uno sfogo affidato alla notte, in una lettera che parlava di assenze con la precisione struggente di chi conosce la presenza.
Mi chiedo se sia questo il destino degli incontri, non toccarsi ma riconoscersi, non possedersi ma intuire che esiste, da qualche parte, una risonanza comune. Forse aveva ragione Platone quando immaginava anime in cerca di ciò che le completa, ma nessuno ci ha detto che a volte quella ricerca passa attraverso frammenti, attraverso parole lasciate in spazi condivisi, attraverso immagini che non possiamo abitare e che tuttavia ci abitano.
Le parole sono ponti o specchi. Ci conducono davvero verso l’altro oppure riflettono soltanto la nostra nostalgia. Quando ti leggo sento una prossimità che non so nominare, come se tra le righe si insinuasse una corrente silenziosa capace di attraversare distanze che non conosco.
Non saprò mai se tra queste righe sconosciute tu hai scritto e scriverai anche di me, di come guardandomi ti facevo sentire, se ero per te un enigma lieve o una presenza troppo intensa. Mi domando se nei tuoi silenzi esista uno spazio che mi somiglia, come nei miei silenzi esiste uno spazio che ti custodisce.
Forse scrivere è questo, affidare all’invisibile la parte più autentica di noi nella speranza che qualcuno, da qualche parte, la riconosca come propria. E se mi leggi, qui o altrove, sappi che non cerco risposte definitive ma quella vibrazione sottile che attraversa due coscienze quando comprendono di essersi sfiorate davvero.
Ogni tanto mi domando se mi leggi, e in questa domanda fragile e ostinata c’è già tutto ciò che sento.
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