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Dedica a cui stai rispondendo

Non li guarì né un’erba né un unguento
ma la tua parola, o Signore,
che tutto risana.
C’è un punto, nella storia di ogni essere umano, in cui la scienza cura, le mani aiutano, le medicine sostengono — ma non bastano da sole a restituire senso. La malattia del secolo non è soltanto quella che consuma il corpo; è anche quella che insinua paura, isolamento, smarrimento. È la tentazione di credere che la fragilità sia una colpa e non una condizione universale.
Eppure esiste una parola che risana. Non è magia, non è illusione. È la parola che ricorda alla persona malata che non coincide con la sua diagnosi. È la parola che dice dignità quando il corpo trema. È la parola che dice valore quando lo specchio sembra tradire. È la parola che sussurra senso anche dentro la notte più lunga.
A tutte le persone che combattono, ogni giorno, con la forza della volontà e con il coraggio silenzioso di chi non si arrende, va questo augurio profondo: che possiate incontrare parole che vi sollevino. Parole che non neghino la fatica, ma la attraversino con voi. Parole che vi ricordino che la vostra vita è più grande della malattia che l’attraversa.

Non li guarì né un’erba né un unguento
ma la tua parola, o Signore,
che tutto risana.

Che quella parola sia per voi speranza quando la speranza vacilla, luce quando la strada si fa stretta, e presenza quando la solitudine sembra più forte.
Perché c’è una forza che supera la paura: è la consapevolezza di essere ancora vivi, ancora degni, ancora capaci di amare e di essere amati. E questa è una guarigione che nessuna malattia potrà mai togliere.