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Esistono amori che nascono sotto un cielo contrario, amori che la realtà tenta di confinare tra distanze, silenzi e impossibilità. Il mio è uno di questi. Non si è arreso alla misura dei chilometri né alle leggi fredde delle circostanze.
Io amo così: senza la comodità della presenza, senza la certezza del domani, ma con la forza quieta di chi sceglie di restare. Il mio amore non occupa giornate intere; si raccoglie in piccoli messaggi, in parole brevi che attraversano lo spazio come ponti invisibili. Vive di frammenti: un saluto inatteso, un sorriso immaginato oltre uno schermo, una voce che mi raggiunge e rimane. E talvolta anche di pianto, perché ciò che è autentico sa ferire mentre resiste.
Non è un amore facile. È un amore che conosce l’attesa. Filosofico, nel senso più profondo: tensione verso chi non posso stringere, desiderio che non si consuma nel possesso ma si nutre di mancanza. Come scriveva Platone, amare è tendere a ciò che ci manca. Io vivo in quella tensione senza rinnegarla.
La distanza non mi spegne: mi affina. Mi insegna a scegliere le parole con cura, a custodire i silenzi, a trasformare ogni messaggio in un atto di presenza. Ogni volta che ritorno, anche solo con una frase, compio un gesto di resistenza contro l’assenza.
Se l’impossibilità è la mia condizione, la perseveranza è la mia dignità. Non sfido il mondo con clamore; scelgo, piuttosto, di restare fedele a ciò che sento. Anche quando lo spazio ci separa, io attraverso quello spazio con il cuore.
Il mio è un amore che molti chiamerebbero impossibile. Io lo chiamo vero. Perché non ignora la realtà: la guarda negli occhi e, nonostante tutto, continua ad amare.
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