da Anonimo

A te, che forse non hai ancora un nome

Ti scrivo mentre la tela cresce lentamente sotto le mie dita, con fili chiari raccolti dalla sera e pensieri che arrivano da luoghi che non so nominare.

Ogni figura che nasce sembra appena uscita da un mondo lontano, da qualcosa che non appartiene del tutto alla terra. E io la lascio apparire senza costringerla a diventare ciò che avevo immaginato, perché ho imparato che certe forme, proprio come certi sentimenti, nascono da sole.

Sul mare il vento inclina le barche, la luna attraversa il cielo e cambia prospettiva alle cose. Io guardo quel movimento e penso a te.

Penso a te come si pensa a qualcosa che non si riesce a trattenere, ma che continua a tornare.

Forse sei soltanto un passo che si perde tra la gente. Forse sei quella strana grazia delle cose che non fanno rumore e non hanno bisogno di spiegarsi.

Eppure, quando attraversi la soglia del mio giorno, anche soltanto nel ricordo, qualcosa cambia nome al silenzio.

Un sorriso apre corridoi di luce.

Una voce rimane nell'aria come una musica dimenticata che, misteriosamente, conosce ancora la strada per tornare.

E allora io raccolgo frammenti di cielo e li intreccio nel filo, uno dopo l'altro, come se potessi consegnarli alla distanza.

Non so dove arriveranno.

Non so se arriveranno mai a te.

Ma ci sono presenze che non hanno bisogno di essere chiamate per continuare a vivere.

La casa intanto segue il suo disegno. Le ore si rincorrono tranquille, la luce cambia sulle pareti, e sopra un margine della tela, quasi per gioco, ricamo segni piccoli e sottili.

Non mi domando più da dove vengano.

Non chiedo a quale mano debbano tornare.

Forse alcune parole cambiano davvero significato soltanto quando smettono di parlare.

Forse è proprio il silenzio a custodire ciò che le parole non riescono a dire.

E così mi ritrovo a cantare a te, che forse non hai ancora un nome.

Canto a quella figura che attraversa la mia mente senza chiedere permesso, a quella presenza che appare e scompare come una vela lontana.

A volte mi chiedo se sei tu che ritorni o se è il mondo che, per un istante, cambia direzione.

Sei forse un fantasma?

Un'invenzione del cuore?

O semplicemente un'altra direzione verso cui il vento ha deciso di portarmi?

Non lo so.

E, stranamente, non sento più il bisogno di saperlo.

Ho visto il cuore cambiare andatura, diventare quasi un animale della notte, correre senza briglia né sentiero dietro una figura che non riesco, o forse non voglio, nominare.

E tu, custode inconsapevole di quella corsa, passi leggero sopra il vento, come se sapessi da sempre dove conduce questa febbre quieta.

Io lascio andare il filo dove vuole.

Come lascio andare il cuore.

Perché certe cose non si possono comandare.

Si possono soltanto ascoltare.

E sotto le orbite lente del tempo, una porta rimane socchiusa.

Da quella porta arriva a volte una voce senza volto, da una stanza lontana. E io non so se sia davvero la tua voce o soltanto l'eco di qualcosa che ho custodito troppo bene per perderlo.

So soltanto che quando il silenzio pronuncia il tuo nome, anche se quel nome non lo conosco, dentro di me la terra perde gravità.

Allora lascio andare le redini.

Che sia la corsa a scegliere la strada.

Il cielo non domanda dove andare quando riconosce il proprio vento.

E forse esiste una lingua più antica del dire, una geometria nascosta nei gesti, negli sguardi, nelle assenze, nei piccoli segni che restano sulla tela anche quando sembrano destinati a scomparire.

Forse un incontro non finisce quando finisce il calendario.

Forse alcune persone continuano a camminare dentro di noi attraverso stagioni che non abbiamo scelto e distanze che non sappiamo misurare.

All'alba il filo prende un'altra luce.

La trama si disegna, poi sembra scomparire.

Una figura passa e non conduce a niente che io possa raccontare davvero.

Rimane soltanto l'eco di un passaggio.

Una piega insolita nella tela.

Come se il vento, attraversando il viaggio, avesse avuto cura della vela.

Ed è questo che mi sorprende di te: non ciò che hai lasciato, ma ciò che continua a nascere dopo il tuo passaggio.

Un pensiero.

Una parola.

Una luce.

Una tela che cresce sotto le mie dita.

E canto al vuoto che mi siede accanto, all'ombra che non ha voce, a quel silenzio che conosce il canto e sa distinguere ciò che è vero da ciò che passa in fretta.

Non chiedo al mare quale sia la riva.

Non chiedo alla notte chi accenda quella stella.

Mi basta che, passando, qualcosa continui a scrivere una parola invisibile sulla tela.

Forse sei tu.

Forse sono io.

Forse siamo soltanto due rive lontane dello stesso fiume, sotto lo stesso cielo, senza un vero commiato.

E se esiste un luogo senza distanza, forse ci siamo già arrivati.

Tu sulla schiena del vento.

Io dentro il suono dei tuoi passi.

E ancora scrivo.

Senza sapere esattamente per chi.

Forse per il tempo.

Forse per il cielo.

Forse per quella presenza che non ha mai avuto bisogno di restare visibile per continuare a cercarmi.

E se domani il filo cambierà colore sotto un cielo differente, nessuno forse se ne accorgerà.

Nessuno.

Eppure resterà presente.

Perché ci sono cose che il mondo non vede e che, proprio per questo, non smettono di esistere.

E forse tu sei una di quelle.

Una figura appena accennata nella trama.

Un filo che non so dove conduca.

Una parola che non ho mai pronunciato.

Ma che, in qualche modo, continua a scriversi da sola.

Dentro di me.

26 agosto 2026