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da Anonimo
Il silenzio e la distanza che si sono stesi tra noi meritano, infine, la precisione di una parola scritta. C’è un’esigenza di chiarezza che prescinde da qualsiasi rivendicazione e risponde soltanto al rispetto per ciò che è stato, e che continua a permanere, nel profondo, come un legame sotterraneo e mai del tutto svelato.
È noto come il tempo e la vicinanza di certe persone abbiano agito da catalizzatori per una separazione che continua a nutrirsi di visioni alterate. Esiste un racconto parallelo della realtà, un gioco di specchi deformanti in cui i fatti vengono riscritti e al mio nome vengono accostati toni, asprezze e intenzioni che non mi sono mai appartenuti. E forse c’è qualcosa di ancora più amaro nel constatare che alcune presenze sembrano ritrovare una particolare prossimità proprio quando la tua vita attraversa una stagione luminosa, mentre in altri passaggi, quelli meno visibili e meno convenienti, quella stessa prossimità si assottiglia fino quasi a scomparire.
È una forma di vicinanza che non mi interessa giudicare. Mi basta averne osservato la misura.
Si tratta di persone che, nel tempo, hanno saputo stare accanto a te e, in altri momenti, hanno agito in direzioni che difficilmente possono essere ricondotte alla lealtà. Alcune cose non hanno bisogno di essere raccontate per essere comprese: esistono gesti che, una volta ricevuti, lasciano dietro di sé una traccia difficile da cancellare. Eppure, per necessità e vincoli professionali, quelle relazioni hanno continuato a esistere.
Se un tempo l’apparente preferenza accordata a tali presenze suscitava un moto di sconcerto, oggi la logica di quei legami appare trasparente e comprensibile. So che alcune scelte non nascono dal desiderio, ma dalle circostanze. So che esistono rapporti che devono essere mantenuti anche quando la storia personale suggerirebbe altro.
Eppure l’effetto che ne deriva conserva il suo paradosso: osservando dall’esterno, in determinati momenti, è sembrato che la scelta fosse andata verso quel mondo e lontano da me.
Non è la scelta in sé a ferire. È ciò che potrebbe averla accompagnata.
Perché, se una distanza tra noi è nata anche attraverso il racconto di persone che hanno saputo essere vicine quando tutto andava bene e molto meno presenti quando la vita chiedeva altro, allora diventa difficile non domandarsi quanto di quella distanza appartenga realmente a te e quanto sia invece il risultato di una narrazione costruita nel tempo.
Non vi è alcuna difficoltà nel riconoscere i passi falsi compiuti in passato. Quando gli eventi hanno preso una direzione distante dalle aspettative, la reazione è stata immediata, traducendosi in uno sfogo che la riflessione successiva ha collocato nel giusto perimetro: non era quello il luogo, né il modo. Quell’errore è stato compreso, assunto e superato internamente.
Ciò che tuttavia desta una ferma contrarietà è la pretesa che quell’unico episodio sia divenuto una chiave di lettura universale, un timbro indelebile volto a dipingere un’indole collerica o incline al conflitto che non riflette la realtà dei fatti.
L’episodio più recente si colloca su un piano del tutto differente. A fronte di un’aggressione verbale ingiusta, la risposta non ha ceduto alla simmetria della violenza. Si è trattato di un dissenso espresso con fermezza, alla presenza di testimoni. Quel malcontento, peraltro, non era un’iniziativa isolata: la medesima insofferenza era condivisa da altri componenti della rete comune. Tuttavia, nel momento in cui sarebbe stato necessario sostenere apertamente quella posizione, il timore delle conseguenze ha spinto ciascuno a fare un passo indietro, lasciando che l’esposizione ricadesse interamente su di me.
Non vi è alcun eroismo in questo. Vi è soltanto la semplice constatazione di una differente postura di fronte agli eventi.
I mesi recenti hanno ridotto le occasioni di incontro, un po’ per il corso naturale degli impegni e molto per la percezione che la mia presenza non recasse una reale letizia nei tuoi giorni. Non è mia abitudine occupare spazi dove l’accoglienza sia incerta o forzata.
Se questa distanza risponde a un tuo autentico desiderio, l’accettazione è possibile, per quanto venata da un inevitabile fastidio. La vera difficoltà risiede nell’eventualità che tale distacco sia il frutto di un’immagine contraffatta da terzi.
Perché c’è una cosa che, sotto tutta questa lucidità, faccio molta più fatica a confessare.
L’idea che tu possa avere di me un’opinione che non mi riconosce mi ferisce in un punto che non so proteggere. Posso sopportare molte cose. Posso sopportare una distanza, un silenzio, persino la consapevolezza che alcune mie scelte ti abbiano deluso. Ma pensare che, dentro di te, possa essersi formato un giudizio su di me nato da parole che non mi appartengono mi spezza il cuore.
Non per orgoglio.
Perché la tua opinione ha avuto, e continua ad avere, un peso che forse non hai mai conosciuto fino in fondo.
Ed è proprio qui che tutto ciò che ho scritto assume un significato diverso.
Capisco le necessità che guidano i tuoi passi. Capisco i vincoli, le circostanze, persino le decisioni che da fuori possono sembrare difficili da comprendere. Oggi riesco a vedere ciò che un tempo non riuscivo a vedere.
Resta però quella sottile ferita: in alcuni momenti, osservando da lontano, è sembrato che la preferenza fosse andata a loro.
E ciò che conta davvero, al di là di ogni altra cosa, è sapere che l’opinione che custodisci di me sia nata dal tuo sguardo e non dalle parole altrui.
Perché non ho bisogno di assoluzione.
Ho bisogno di sapere che, quando pensi a me, stai pensando a ciò che hai conosciuto, non a ciò che ti è stato consegnato.
Forse è questo che rende così difficile lasciare andare completamente questa storia.
Perché sotto le incomprensioni, sotto la rabbia che ho imparato a trattenere, sotto la distanza e persino sotto ciò che mi ha ferito, è rimasto qualcosa che non ha seguito la logica delle circostanze.
Un sentimento che non ha cercato una ricompensa, che non ha avuto bisogno di essere esibito e che, proprio perché non ha mai trovato una forma compiuta nelle parole, ha continuato a vivere in una zona più profonda.
Non so quanto di tutto questo tu abbia mai intuito.
So soltanto che il tempo non lo ha cancellato.
E forse è proprio questa la verità più difficile da affidarti: posso accettare molte cose, ma non riesco a rendere irrilevante ciò che sei per me.
Non dopo tutto questo tempo.
Non quando, ancora oggi, l’idea che proprio tu mi veda attraverso gli occhi degli altri, mi fa più male di quanto vorrei ammettere.
Perché, tra tutte le distanze possibili, quella che non vorrei mai fosse diventata reale è la distanza tra ciò che sono e ciò che tu credi che io sia.
Il resto, in qualche modo, posso imparare a lasciarlo andare.
Questa no.
15 agosto 2026
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