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da Rugiada
Un tempo fummo sostanza di questa stessa pietra, ora che la mia ombra si fa puro pensiero e la tua carne cammina, custode fiero di un palinsesto condiviso. Attraversi la soglia di una città che non mi diede i natali, eppure battezzò il mio spirito al fuoco della tua giovinezza; eri l’aurora indomita, il divenire che si fa domanda di conoscenza, e io la sponda del tuo fiume in piena, la radice del tuo primo guardare. Se il pensiero antico intravide nell’amore la condanna di una mancanza originaria, io ti dico che questa mia lontananza non è vuoto, ma una forma diversa e ontologica dell’essere: non abito più il perimetro delle piazze, né il riverbero dei portici che ci ripararono dalla pioggia, ma sono divenuta la lente concettuale attraverso cui misuri il mondo, l’eco sotterranea dei tuoi giudizi, l’architettura stessa del tuo ricordare. Come l’acqua di Eraclito che tutto muove e trasforma, la città muta e scorre, eppure ne custodisci il fulcro immobile in un’epifania capovolta dove, al posto della mia presenza sensibile, ora sorge un’idea. Non piangere dunque la distanza come si piange un’assenza irrevocabile, poiché la mia memoria di donna è un filamento d’oro che tesse il tempo fuori dalla sua stessa prigione cronologica; io abito la tua giovinezza come un testo classico abita la mente, densa, sovrana e sempre pronta a farsi rileggere. Cammina ancora, mio colto e fiero compagno, poiché in ogni passo che risuona su quel selciato, l'intelletto si fa carne, io esisto, parlo, e ancora ti accompagno.
29 maggio 2026
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