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da 2 of spades
Ci sono presenze che il tempo non riesce a spostare.
Può coprirle di stagioni, di silenzi, di vite costruite altrove, ma restano lì, immobili da qualche parte dentro, come fari lontani nelle notti troppo lunghe. E forse la verità è questa: alcune persone non smettono mai davvero di appartenerci, anche quando impariamo a vivere senza prenderci per mano.
Io non ho amato un’idea.
Ho amato le contraddizioni, le fughe improvvise, gli spigoli difficili, quel modo di arretrare ogni volta che qualcosa si avvicina troppo alla verità. Ho amato persino il gelo apparente con cui provi a mettere ordine dove dentro esiste soltanto tempesta.
E no, non è un sentimento nato dall’illusione.
È qualcosa che ha attraversato il tempo abbastanza a lungo da conoscere anche le ombre. Le incoerenze. Le scelte che fanno male da guardare. Le distanze prese per paura più che per assenza di sentimento.
Nel frattempo la vita è andata avanti.
Sono esistite altre stanze, altri equilibri, altri modi di salvarsi. E va bene così. Davvero. Non c’è rabbia in questo, né desiderio di distruggere ciò che nel tempo è stato costruito con fatica. Ma esiste una differenza enorme tra l’aver accettato la realtà e l’aver smesso di sentire.
Perché io non ho mai smesso.
Ti ho guardato da lontano come si guarda qualcosa che continua a brillare anche quando si prova a distogliere gli occhi. Ho cercato di dirtelo senza dirtelo mai davvero. Dentro le parole lasciate apposta tra le righe. Dentro le melodie che fingono di parlare d’altro. Dentro certe coincidenze troppo precise per essere soltanto coincidenze.
E tu questo lo hai sempre saputo.
Come io ho sempre saputo che dietro certi silenzi c’era molto più di quanto lasciassi vedere. Anche nei periodi più confusi, quelli in cui ti osservavo fare scelte che non riuscivo a comprendere fino in fondo. Alcune le ho accettate col tempo, altre no. E penso che tu sappia perfettamente quali.
Anch’io ho sbagliato.
Troppo slancio, troppe emozioni lasciate libere senza sapere dove farle atterrare. Volevo sembrarti forte mentre dentro avevo soltanto paura di perderti. E forse chi sente troppo finisce per fare rumore proprio nel momento in cui avrebbe dovuto restare immobile.
A volte penso che tu preferisca chi non ti costringe a sentire troppo. Le presenze facili, quelle che non scavano sotto la superficie, che non rischiano di mandare in frantumi gli equilibri. Io invece ti ho sempre guardato come si guarda qualcosa capace di cambiare il ritmo del sangue. E le cose così fanno paura persino quando le desideriamo.
Per questo continui a restare sulla soglia.
Mi lasci segni ovunque senza arrivare mai davvero.
Messaggi invisibili.
Parole in codice.
Presenze che parlano di te anche quando non ti nominano.
E io resto lì a chiedermi dove sei veramente.
Perché attorno a me continui a esistere in mille forme diverse, ma poi quando si tratta di esserci davvero ti fermi sempre un passo prima.
Eppure ci sono stati momenti in cui il corpo ha raccontato tutto senza bisogno di una sola parola.
Ti ho visto mentre stavi andando via.
Sembrava già deciso, già distante. Poi qualcosa è cambiato. Hai incrociato il mio sguardo solo per un istante e il tuo passo ha esitato. Hai fatto finta di niente, quasi con ostinazione, ma invece di allontanarti hai invertito lentamente la direzione, tornando indietro come se il corpo avesse preso una decisione prima ancora della mente.
E quando mi sei arrivatx vicino l’aria è cambiata.
Le mani sui fianchi sono durate un attimo soltanto, eppure abbastanza da togliere il respiro. Perché certi gesti, anche minuscoli, contengono una verità troppo grande per essere nascosta davvero. Il tuo sorriso parlava eccome se parlava. Diceva tutto quello che le parole continuano a lasciare in sospeso.
E da allora quella vicinanza mi è rimasta addosso come una febbre lenta.
A volte penso a cosa succederebbe se smettessimo di difenderci anche solo per una notte. Se il mondo smettesse finalmente di guardarci e restassero soltanto il battito accelerato, il fiato corto, la pelle che riconosce qualcosa di familiare prima ancora delle mani. Credo che all’inizio ci sarebbe silenzio. Quel silenzio carico che viene appena prima delle tempeste.
Poi il resto accadrebbe da solo.
Le distanze cadrebbero una alla volta, lentamente, come vestiti lasciati scivolare a terra senza fretta. Le mani smetterebbero finalmente di trattenersi, seguendo percorsi immaginati troppe volte per non conoscerli già a memoria. E quella fame rimasta nascosta per anni diventerebbe quasi insopportabile nella sua dolcezza.
Perché io ti desidero in un modo che non ha mai imparato a diventare innocuo.
Ti desidero nella vicinanza che toglie lucidità. Nel respiro spezzato contro il collo. Nelle carezze lente che fanno tremare la pelle prima ancora del resto. Nel momento esatto in cui il controllo si rompe e rimane soltanto il bisogno di sentirsi addosso, completamente, fino a perdere il confine tra dove finisco io e dove inizi tu.
A volte è così reale che il corpo reagisce come se stesse accadendo davvero.
Le gambe che cedono appena.
Il respiro che cambia ritmo.
Quella sensazione calda e vertiginosa che attraversa lo stomaco e scende più giù, trasformando l’attesa in qualcosa di quasi crudele.
E la cosa peggiore è che sento che anche tu lo sai.
Lo sento nel modo in cui ti trattieni quando sei troppo vicino.
Nel modo in cui fuggi appena l’aria diventa troppo piena di possibilità.
Nel modo in cui continui a cercarmi senza avere il coraggio di chiamarlo col suo nome.
Allora dimmi: quanto ancora dobbiamo fingere?
Perché io non ti sto chiedendo promesse impossibili.
Non ti sto chiedendo di distruggere vite o riscrivere il passato.
Vorrei soltanto smettere di vivere dentro questo eterno non detto.
Se esiste ancora quella stessa vertigine sotto la tua pelle, allora trovami davvero.
Anche soltanto con un gesto piccolo.
Ma reale abbastanza da non sembrare più un caso.
24 maggio 2026
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