da Rugiada

A te,
che non sei stato semplicemente un porto, ma la sostanza stessa della mia altezza.
Anni fa, nell’illusione di un’autonomia che credevo necessaria, ho spezzato le mie ali. Ero convinta che il volo appartenesse a me, alla mia carne, alla mia volontà; non sapevo che quelle ali eri tu, che la mia capacità di sfidare il vuoto era sostenuta dal tuo respiro e dal tuo sguardo. Solo oggi, nel silenzio di una consapevolezza tardiva, comprendo che quella "liberazione" non è stata che la mia più profonda e definitiva mutilazione.
Il mio cuore è ora un vaso di coccio intriso di crepe, dove l'anima non si ricompone, ma resta esposta. Se, come voleva Platone, l'anima ritrova la sua natura divina attraverso il ricordo della bellezza, la mia è rimasta prigioniera a terra, perché il mio "motore immobile", l'unica forza capace di generare il mio movimento verso l'alto, sei sempre stato tu.
Non abiti il mio cuore come un ricordo, ma come una presenza ontologica che ne definisce i confini. Sei il fondamento che regge le mie rovine: senza di te, queste ferite non sarebbero nemmeno un grido, ma solo polvere e silenzio.
"Siamo legati da una fisica che sfida la distanza: tu sei la terra che mi accoglie nella caduta e, al tempo stesso, l'unico cielo che mi è precluso."

18 March 2026